venerdì 8 maggio 2015

A.D.H.D un problema non solo dei ragazzi in comunità


Circa il 4% della popolazione pediatrica è affetta dalla 

"Sindrome da deficit di attenzione e iperattività"


Sono alcuni di quei bambini che troviamo alle feste dei nostri figli, nei bus o sul treno, nelle scuole,nelle comunità o per la strada e che si mostrano continuamente agitati, in continuo movimento, che non riescono a stare mai fermi, che si dimenano continuamente e che i genitori trovano grande difficoltà a tenere "buoni". 
Quando, poi, iniziano a frequentare la scuola sono quei bambini che le insegnanti non vorrebbero mai tenere: si alzano continuamente dal loro posto, danno fastidio ai compagni, non riescono a svolgere i compiti assegnati e finiscono spesso per cambiare banco, classe e talvolta ... scuola. Il loro profitto scolastico proprio per la ridotta capacità di concentrazione è spesso scarso o comunque sufficiente e difficile è il loro rapporto con i coetanei, ma anche con gli adulti per la grande impulsività. La loro difficoltà viene percepita dai genitori e dagli insegnanti ma spesso, nel nostro paese, la diagnosi viene completamente misconosciuta.

In realtà questi bambini non hanno nessuna colpa, né tanto meno i loro genitori che invece vengono spesso additati come incapaci a svolgere bene il proprio ruolo di educatori. Se il bambino risponde ad una serie di criteri clinici ben definiti dal mondo scientifico la loro è una vera patologia organica e come tale meritevole di una precisa terapia. Solo con l'ausilio di  una giusta terapia i bambini cambieranno radicalmente il loro modo di vivere e tutti, genitori, insegnati, compagni ma soprattutto il bambino, potranno finalmente cogliere la bellezza di una vita "normale".

FONTI
http://www.aifa.it/descizione.htm

lunedì 4 maggio 2015

BISOGNI EDUCATIVI SPECIALI

All'interno delle comunità è molto frequente trovare dei ragazzi con BISOGNI EDUCATIVI SPECIALI, detti comunemente BES.
In questi video sono spiegati in maniera sintetica che cosa si intende per BES e soprattutto la legge che li tutela.



giovedì 23 aprile 2015

DISTURBI SPECIFICI DELL'APPRENDIMENTO



Durante un tirocinio che ho fatto in una comunità diurna per minori ho conosciuto ragazzi con DSA.   Con la sigla DSA si intendono i Disturbi Specifici di Apprendimento, definiti anche con la sigla F81 nella Classificazione Internazionale ICD-10 dell'Organizzazione mondiale della sanità . Fanno parte della famiglia dei Disturbi Evolutivi Specifici. Si tratta di disturbi nell'apprendimento di alcune abilità specifiche che non permettono una completa autosufficienza nell'apprendimento poiché le difficoltà si sviluppano sulle attività che servono per la trasmissione della cultura, come, ad esempio, la lettura, la scrittura e/o il far di conto. I disturbi specifici di apprendimento si verificano in soggetti che hanno intelligenza almeno nella norma, con caratteristiche fisiche e mentali nella norma, e la capacità di imparare. Per la diagnosi di DSA, è necessario: 
- Funzionamento Intellettivo nella Norma 
- Almeno 2 prove diagnostiche con valori sotto le -2 DS
- Funzionamento scolastico deficitario

lunedì 6 aprile 2015

MOMENTI DEL PERCORSO RIEDUCATIVO





Nel momento in cui una ragazzo entra in una comunità, si mette in moto il processo di rieducazione che è composto da cinque momenti essenziali:

  1. CONOSCENZA DEL RAGAZZO in cui c'è l'avvicinamento dell'educare al ragazzo per calarsi nei suoi panni e cogliere la sua visione del mondo e le variabili che hanno caratterizzato la sua vita, intuendo quali pensieri abbia formulato su di sè e sugli altri;
  2. DESTRUTTURAZIONE E RISTRUTTURAZIONE. In questa fase vengono raggruppati gli interventi rivolti alla dimensione psicofisica del ragazzo. Si tratta di azioni rivolte al superamento di alcuni limiti che impediscono al ragazzo di esercitare la sua capacità di intenzionare;
  3. DILATAZIONE DEL CAMPO DI ESPERIENZA che comprende tutte le azioni volte a rendere dinamica la vita del ragazzo, in cui l'educatore propone nuove esperienze per sollecitare nel ragazzo nuovi campi di interesse e nuovi comportamenti;
  4. RISTRUTTURAZIONE DELL'IDENTITA' che comprende un cambiamento profondo degli schemi di significato con cui il ragazzo si dirige verso un mondo possibile;
  5. APPROPRIAZIONE SOGGETTIVA. in questa ultima fase l'educatore si impegna nel far costruire al ragazzo un nuovo punto di vista sul sè e sul mondo.


FONTI
Bertolini P. (1993), Ragazzi difficili. Pedagogia interpretativa e linee di intervento, Firenze: La Nuova Italia.

giovedì 2 aprile 2015

LA RELAZIONE DI AIUTO E DI CURA

Le domanda che spesso molti si pongono sono: cosa significa aiutare la persona con disabilità? chi è il protagonista della relazione di cura e aiuto?
Nella nostra cultura prevale la convinzione che l'aiuto alla persona sia un fatto professionale e una prestazione, e che il protagonista dell'azione di aiuto sia sempre un singolo esperto o un gruppo di professionisti che erogano i loro interventi e che SOLO essi possono erogarli.
Quando ,inoltre, si parla di persona con disabilità da aiutare, la società fa sempre riferimento alla persona come malato da curare, a un paziente, anzichè ad un protagonista. Di conseguenza, la relazione di aiuto è di tipo assistenziale o compensatorio.
in contrasto a questa ideologia comune, molti esperti ritengono, invece, che la relazione di aiuto sia una componente essenziale del vivere umano e che l'aiuto e la solidarietà siano condizioni esistenziali.
Diversi ricercatori della pedagogia speciale, hanno individuato dei principi cardine della relazione di cura e aiuto che possono essere così sintetizzati:
  • chi aiuta non può approfittare del bisogno di aiuto dell'altro ;
  • chi aiuta è tenuto a sospendere il giudizio sull'altro;
  • la relazione di aiuto chiede che nessuno sia sconfitto;
  • chi viene aiutato può e deve misurarsi anche nel ruolo di aiutante;
  • un aiuto offerto non può diventare esclusivo;
  • chi aiuta deve intravedere nell'altro una personalità in cambiamento;
  • la relazione di aiuto non si muove con dinamiche di assolutezza ma di complementarietà, tentando di ridurre sempre più l'asimmetria tra i soggetti coinvolti. 
FONTI
Marisa Pavone, L'INCLUSIONE EDUCATIVA. Indicazioni pedagogiche per la disabilità. Milano: Mondadori Università, 2014.